I sei mesi in cui ero arrabbiato con tutto
Non sapevo, mentre accadeva, che fosse questo. Pensavo di essere solo stanco, o che le persone intorno a me fossero tutte diventate, per coincidenza, leggermente più irritanti nella stessa finestra di pochi mesi. C'è voluto qualcun altro a farmelo notare — con attenzione, nel modo in cui si dice a qualcuno una cosa che forse non vuole sentire — perché notassi lo schema nelle mie stesse reazioni: le risposte brevi, il riflesso di cercare la colpa per primo, lo sforzo estenuante di restare civile in situazioni che prima non ne richiedevano nessuno.
Guardando indietro, riesco più o meno a localizzare di cosa si trattasse. Niente di drammatico, niente che lo spiegasse da solo — un lento accumulo di piccole ingiustizie, nessuna abbastanza grande da giustificare una reazione, tutte insieme apparentemente abbastanza grandi da cambiare la mia soglia per sei mesi senza il mio permesso.
Ciò che mi colpisce ora è quanto danno possa fare una rabbia di basso livello come quella, proprio perché non si presenta mai abbastanza chiaramente da poter essere affrontata. Una singola grande esplosione viene notata, scusata, riparata. Un ribollire di sei mesi ricolora tranquillamente tutto ciò che tocca — ogni conversazione un po' più corta del necessario, ogni beneficio del dubbio negato un po' più spesso del solito — e nessuno, nemmeno chi lo fa, lo riconosce come un singolo evento continuo prima che sia già finito.
Non scrivo questo perché ho trovato la lezione alla fine. Non penso ce ne fosse una, a parte l'ovvio fatto che alla fine è passata da sola, come il tempo atmosferico, senza chiedere credito o spiegazioni. Lo scrivo perché penso valga la pena averlo messo per iscritto che questo accade — che una persona può essere tranquillamente, cronicamente diversa da se stessa per sei mesi senza saperlo, e che le persone che le sono più vicine di solito lo sanno prima di lei.